
IL FILO ROSSOIntervista a Renato Mambor e contributi di Patrizia Speciale. Roma , marzo 2008. Renato Mambor è nato a Roma il 4 Dicembre 1936. Il suo esordio alla Galleria Appia con Mario Schifano e Cesare Tacchi. Dal 1975 fonda e dirige la compagnia teatrale Gruppo Trousse, negli anni Novanta si riavvicina alla pittura. Tra le mostre più recenti: Impronte indelebili, Museo d’Arte Contemporanea di Roma, 2003; Da Balla alla Transavanguardia, Triennale di Milano, 2004; Renato Mambor, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Faenza, 2006; Connessioni, Fondazione Mudima, Milano, 2007; 52Biennale, Padiglione Siriano, Fondazione Valerio Riva, 2007 Venezia. Le ultime mostre di questi mesi : Un doppio insopportabile, Scuderie Aldobrandini, Roma; Mandala Condiviso (vedi foto), un progetto di Renato Mambor curato da Roberto Gramiccia e presentato all’Auditorium dell’Università di Tor Vergata il 22 maggio 2008 in collaborazione con gli artisti: Valerio Aschi, Aurelio Bulzatti, Stefano Della Porta, Baldo Diodato, Marilù Eustachio, Danilo Fiorucci, Ileana Florescu, Raul Gabriel, Adele Lotito, Vittoria Mazzoni, Claudia Peill, Cloti Ricciardi, Gennaro Scarpellino, Betty Skuber, Barbara Solvucci, Alberto Vannetti. (nota biografiche tratte da “Renato Mambor Un doppio insopportabile” con testi di M.Riposati e G. Mazzini, Ed. Carte Segrete, 2008)
Benedetta Galli: Dopo il teatro il ritorno definitivo alla pittura…
Renato Mambor: La pittura l’ho ripresa perchè nel 1987 ho avuto un malore, mi sono operato a Berlino al cuore, me la sono vista brutta e quando poi l’operazione è risultata positiva io mi sono chiesto che ci facevo con questo cespuglio di anni che mi trovavo in più; allora mi sono detto - io sono un pittore - ed era intenso il dipingere di fronte al teatro che mi è piaciuto ed è stata una passione. Ho sentito l’esigenza immediata di ritornare alla pittura.
BG: Non avrei mai immaginato che ci fosse stato un motivo così drastico…
RM:Chiaramente le cose coincidono; il teatro stava in declino, è nato nel momento in cui c’era l’arte concettuale e io mi annoiavo ad andare nelle gallerie così congelate e fredde anche se condividevo il tipo di lavoro che si faceva; però un giorno sono andato all’ Alberico e li sembrava che ci fosse una festa rispetto alla fredezza delle gallerie bianche. E questa era gente come Benigni, come Verdone, Formica, c’era un’energia diversa, un calore umano diverso e mi sono appassionato al teatro. Il nostro teatro era fortemente psicologico perche questa scatola, “Trousse” (1) era diventato un astuccio che conteneva un uomo, un piccolo teatrino che parlava di se stesso, per questo dico psicodramma, drammatizzava la sua vita i suoi desideri, le sue invenzioni. Il primo esperimento l’ho fatto con Remo Remotti, un pazzo furioso simpaticissimo, lui scriveva i testi, era l’autore e io il regista.
BG: Erano già gli anni ottanta?
Patrizia Speciale:Io ho iniziato con Renato nel ‘78. Lui ha ricominciato a dipingere dopo l’operazione al cuore. Nell’89 abbiamo fatto “Di Remotti ce n’è uno solo”, uno spettacolo che è stato un atto di omaggio a Remotti perché ci ha aiutato tantissimo. L’ultima cosa Radiovisione un progetto fatto con laboratori; c’è come un filo che lega questi progetti ai suoi lavori. Ad esempio questo progetto prossimo, il Mandala Condiviso che adesso verrà esposto il 22 maggio, è vicino ad un lavoro che parte dal Diario del ’67 e anche prima. Questo suo desiderio di apertura agli altri, di coinvolgimento con altri artisti, di mostrare proprio un comportamento. Radiovisione in teatro rientra in questa linea, era la sua idea come uno stimolo; la radio che induce una visione interna che poi è personale. Radiovisione è stata data come tema ad una serie di amici artisti di diverse discipline. Renato a lavorato in teatro con attori, danzatori, coreografi, e dando questo tema tutti furono molto interessati. Vennero fuori spettacoli di artisti diversi, anche delle grandi serate in cui in scena si era anche in quaranta; con musica dal vivo, danzatori, attori, ciascuno con il proprio siparietto ma con un coro che continuamente interagiva, è stata un’esperienza bellissima. Una giusta conclusione di quel periodo. Nel 1992 a Palazzo delle Esposizioni Renato a fatto questa grande istallazione “L‘osservatore e le coltivazioni” , nella sala teatro abbiamo fatto questa ripresa rinnovata dello spettacolo del ‘82 “Gli osservatori”. Un filo che ancora lo lega al teatro è rimasto.
BG: Renato lei dice che ogni persona è legata all’altra da un filo ideale sotterraneo… io le dico che c’è un filo che collega tante persone ed è a pagamento, si chiama internet. Lei che opinione ha di internet?
RM: Questo filo rosso dell’internet è esterno quello di cui noi parlavamo è interno. Viaggia ma poi ci sono i contenuti. Ci sono immagini, segni. La cosa più importante è l’uomo che traduce questi segni. Quindi sono sempre i contenuti l’importante, quando parlavo di filo rosso intendevo contenuti. Ognuno è collegato all’altro, esiste una collettività, un’ unità. E da li tutto un discorso sia politico sia etico, noi quattro siamo collegati ma c’è una cultura che cerca di dividerci. Ci hanno indotto a credere alla paura alla separazione. Questo filo rosso è il fatto che bisogna considerare che esiste il dialogo tra una persona e l’altra. Perché siamo un tutt’uno. Poi internet non ne negativo ne positivo, è uno strumento che usiamo.
PS: Come la vita ha un funzionamento profondo, così all’interno dell’arte c’è questo collegamento che Renato coglie alla sua maniera. Internet è uno specchi esterno. Rispecchia ciò che esiste, Renato a fatto questo lavoro “Connessioni”: triangoli con figure umane su una parete bianca; poi c’è una figura umana inchiavardata ad un triangolo e un filo rosso intermittente perché è l’occhio che deve ricomporre. Ad una mostra di Renato a Milano alla Fondazione Mudima nel 2007, un critico, Tommaso Trini, disse - non ti rendi conto che questo può essere letto come una resa artistica, un riferimento ad internet- lui ha letto il lavoro tutto in questa chiave laddove Renato indicava un altro percorso.
RM: Il segno è sempre polivalente, uno può leggere internet come unità.
BG: Il Mandala Condiviso come è nato?
RM: Il Mandala Condiviso significa la possibilità di convivere diversi linguaggi, eliminare il confine tra un territorio e l’altro. E’ nato quattro anni fa. Ho fatto una specie di ipotesi, questo disegno poi ho chiamato gli amici, mi ha aiutato Roberto Gramiccia e gli altri artisti. La bravura di questi artisti è stata quella di stare in un’ opera progettata da un altro artista. La generosità, non individualismo, non egoismo. Io davo questo segno, un obbligo. Hanno tutti risposto e non sono intervenuto in nient’altro. Io lego tutti quanti.
PS: C’è un passaggio interessante, Renato a fatto questa mostra a Frascati “Un Doppio Insopportabile” che è comunque in qualche modo affronta lo stesso discorso da altri punti di vista.
BG: A proposito di legami e del rapporto con le gallerie, ho visto la pubblicità di una galleria su un vecchio giornale d’arte che diceva ‘esclusiva delle opere di Renato Mambor’ , in che modo collaborate?
PS: ArtTime ha l’esclusiva sulla vendita. C’è un ottimo rapporto di collaborazione, lasciando una enorme libertà che permette a Renato di pensare ai suoi progetti. Questa è la loro sensibilità e intelligenza, sono dietro ad accettare quello che Renato propone, come questa mostra di Frascati curata da Massimo Riposati. Loro intervengono anche ad appoggiare i progetti di Renato. C’è da parte loro il vero interesse nei suoi lavori. Con ArtTime c’è un ottimo rapporto, non si sono mai permessi di frenare Renato. Ci sono stati veri momenti di entusiasmo e diventa un piacere.
RM: Quando avrai un contratto ti darò un consiglio…
BG: Lo accetterò!
RM: Ho presentato la gallerista Marzia Spatafora (2) ad Achille Bonito Oliva e adesso faranno insieme una mostra a Napoli. Achille è un amico.
PS: Massimo Riposati ricontattò Achille quando Renato ricominciò a dipingere, perché erano trascorsi quindici anni e non si vedevano da molto tempo.
RM: Achille sa essere anche odioso scortese scorbutico. E’ di una velocità a capire le cose. Detta un testo su cui non si deve cambiare una virgola.
PS: Poi Achille ha appoggiato un progetto di Renato straordinario, un progetto di qualche anno fa…
BG: Di che progetto si tratta?
PS: Renato ebbe l’idea, vedendo lo spazio a Borghetto Flaminio, c’era un vecchio deposito Atac dove tenevano i vecchi tram a cavallo comunque ci fecero vedere questo spazio, e Renato disse che non si poteva fare una mostra con i pannelli ma lasciandolo così aperto come se fosse ancora un deposito di autobus, in cui ogni autobus diventa una galleria. Così abbiano parlato con Achille Bonito Oliva, gli è piaciuto tantissimo, si è chiamato “Fermata d’autobus”. L’Atac e il Comune di Roma ci diedero la spazio e sei autobus che erano in disuso. Tre gialli e tre corriere blu, vecchie. Gli autobus furono vuotati; Achille e Renato chiamarono alcuni artisti come Cloti Ricciardi, Vector Pisani, Fabio Mauri ed altri. Intorno agli autobus Renato, con quello che era stato espulso, fece delle sculture. L’autobus di Cloti Ricciardi, tu salivi e dentro c’era la pioggia. Fu una mostra straordinaria, era il ’95-’96.
BG: Ritorna il senso del Mandala Condiviso…
RM:Il lavoro che ho fatto ultimamente è stato questo: non dire “o questo o quello” ma “questo e quello”, le cose si presentano insieme e non divise. Come vedi c’è questo senso di unità. I Mandala sono due ma non riesco a dire quale preferisco, le differenze non esistono. Si vuole dare una spinta all’ipotesi di lavoro corale. Ci sono dei pittori che mi hanno messo in crisi e invece mi sono accorto che nella totalità mi piacevano. Il problema è anche il comportamento, siamo tutti insieme , c’è questo filo rosso, c’è internet ma bisogna iniziare a comportarci con amore, con rispetto e con dialogo verso gli altri. Questo comportamento genera l’arte sennò fai soltanto l’arte di quello che già c’è. Invece cambiare comportamento è cambiare l’arte.
Note:
1 “Trousse” un lavoro dell‘artista in profilato metallico di due metri per uno realizzato nel 1975.
2 Marzia Spatafora, Galleria ArtTime di Brescia.